MEDITAZIONE / CONTEMPLAZIONE

Da luglio scorso, presso i locali dell’ex associazione Arte, Cura e Trasformazione in Torino, ho attivato un percorso di meditazione/contemplazione che vuole porsi come possibilità di sedersi per un’ora nel silenzio e nel canto. Proseguendo idealmente il lavoro che intrapresi nel 2011 con il

New Neanderthal Consort, in cui si cantava improvvisando, in questa nuova fase i partecipanti avranno la possibilità di concentrarsi profondamente sul proprio respiro, sulla propria postura e, in una parte centrale, lasciare che si svilluppi un canto improvvisato. Di questo canto andremo a contemplare la bellezza in sé del suono, delle sue caratteristiche armoniche, del suo mischiarsi, come timbro e come altezza, a quello delle altre voci, lavorando propriamente sulla “bellezza”, non intesa in senso puramente estetico e, pertanto, incluso in ambiti artistici e culturali ben definiti, ma sulla bellezza che scaturisce dalla relazione, relazione tra i suoni stessi e tra le volontà delle persone che decidono quando cantare, come cantare, in risposta, in contrapposizione, a canone, lavorando sui volumi, sugli intervalli, sulle melodie.

IL SUONO / LA VOCE

I suoni che produrremo durante la meditazione/contemplazione – sia quello a bocca chiusa sia il canto a voce spiegata, utilizzando gli armonici vocali o meno – continueranno per sempre ad aleggiare dentro di noi e nel luogo in cui saremo ospitati. L’influenza che questi avranno su noi stessi, sui nostri corpi e sul nostro spirito, saranno permanenti. La bellezza del suono vocale è in grado, qualunque sia il grado di capacità tecnica di chi lo emette, di entrare in sintonia con chiunque e con qualsiasi cosa, ambiente od oggetti. La musica vocale, del resto, è riconosciuta da tutti i musicologi come la progenitrice di ogni altra musica e spesso le musiche strumentali hanno cercato soltanto di imitare la voce umana. L’idea di una musica intesa come percorso spirituale interiore che possa avvicinare alla comprensione delle leggi dell’universo ed essere utilizzata come pratica meditativa in grado di elevare a stati di coscienza superiori, è un concetto cardine della filosofia del suono indiana. L’idea che il suono esista in ogni cosa, in ogni oggetto, e da esso sia generato, deriva dalla nozione indiana di Ahata e Anahata, ovvero di suono udibile e suono inudibile. Ogni oggetto è costituito da materia, pertanto da molecole e atomi che sono in perenne movimento. Questo movimento in qualche modo influisce sulla materia che le è vicina, e anche sull’aria. Pertanto, in teoria, ogni atomo in movimento crea una vibrazione d’aria. Le nostre orecchie, però, sono in grado di percepire lo spostamento dell’aria solo quando questo ha una certa intensità ed un certo numero minimo di vibrazioni al secondo e cessa di percepirlo quando supera, in alto e in basso, un certo numero di frequenze al secondo. Il limite per il nostro orecchio è di 20 hertz per i suoni bassi, e 20.000 hertz per quelli acuti. In natura, però, esistono frequenze sia maggiori ai 20.00 hertz sia minori ai 20 hertz. Alcuni animali hanno un orecchio strutturato in modo da poter udire sia gli infrasuoni sia gli ultrasuoni. Il cane, ad esempio, arriva a percepire sino i 40.000 hertz. Per la teoria indiana, pertanto, tutto quello che rientra nel campo dell’udibile per gli esseri umani, viene chiamato Ahata (suono udibile), mentre riconosce che esista nell’universo una quantità incalcolabile di suoni (di vibrazioni) da noi non percepibili, seppur presupponga siano presenti. Queste vibrazioni le chiama pertanto Anahata (suono non udibile), riconoscendo la loro esistenza.

Il nada brahma, così come il nada yoga – un tipo di yoga e un antico sistema di pensiero filosofico indiano, che utilizza il canto e i suoi effetti psicofisici come pratica di meditazione – si basa sull’idea che il cosmo abbia origine dal suono e che tutta la materia sia in diversi gradi pervasa da vibrazioni sonore.

Pertanto possiamo dire che la vibrazione oltre ad essere suono sia, in se stessa, la rappresentazione della vita: senza vibrazione un atomo cessa di avere il suo senso, pertanto possiamo dire che senza suono (sia esso udibile o non udibile) la vita non esiste.

Gli scienziati nei laboratori non sono mai riusciti ad arrivare ad una temperatura di -273,15 gradi centigradi, ma gli si sono soltanto parecchio avvicinati. Si teorizza infatti che a quella temperatura la materia cesserebbe di esistere in quanto, una volta fermato, l’atomo non rimarrebbe immobile ma cesserebbe di essere.

È curioso notare come una composizione di John Cage (1912-1992), musicista americano noto per avere amato e inserito nelle proprie composizioni musicali sia il rumore sia il silenzio, nel 1952 a quest’ultimo dedicò affettuosamente un brano, chiamato 4’:33”, suddiviso in tre movimenti di 30”, 2’23” e 1’40” (la cui somma è di 273 secondi, l’equivalente di quattro minuti e trentatrè secondi). Insomma, John Cage dava al silenzio in musica lo stesso valore dello zero assoluto in fisica. Il suo, ovviamente, sembra essere poco più di un gioco, ma un gioco estremamente interessante proprio perché durante le rappresentazioni pubbliche di questo brano quello che si ascolta non è propriamente il “silenzio”, ma il brusio, le risatine, i colpi di tosse o i commenti del pubblico. Probabilmente al suo 4’:33” mancano quei -0,15 gradi che i fisici dicono essere il limite massimo e che, se raggiunti, porterebbero ad annullare l’esecutore, il suo pianoforte e, chissà, forse anche lo stesso pubblico! (https://it.wikipedia.org/wiki/4%2733%22)

Sempre rimanendo nel campo della musica, trovo altresì stimolante che il concetto di ahata e anahata sia alla base dell’estetica di un altro musicista contemporaneo americano, La Monte Young (1935-viv.), che per anni ha perseguito una modalità compositiva che tenesse conto della possibilità di incidere direttamente sullo spirito dell’ascoltatore. Rispetto all’impatto della sua musica sull’ascoltatore, Young ha scritto: «My own feeling has always been that if people just aren’t carried away to heaven I’m failing.»*

Young per tutta la sua lunga vita dedicata alla composizione, ha sempre lasciato che i suoni fossero suoni, senza cercare di forzarli a concetti ed esigenze prettamente umani. Le sue composizioni hanno spesso privilegiato i suoni di lunga e lunghissima durata, arrivando a concepire addirittura una Casa di Sogno (una Dream House – http://www.melafoundation.org) in cui poterli assaporare. Pur usando anche la voce ed altri strumenti musicali, Young nelle sue Case di Sogno utilizza dei bordoni di suoni elettronici emessi da sintetizzatori con generatori di frequenza molto stabili per mezzo dei quali intonare suoni con frequenze accordate sugli armonici naturali. Dal 1993, nella sua abitazione di New York, è installata una Dream House permanente, in cui suonano ininterrottamente una serie di frequenze elettroniche in un ambiente di luci color magenta realizzato espressamente da sua moglie, la light artist Marian Zazeela.

Nell’ambiente meditativo e contemplativo che desidero realizzare, il risultato artistico sembrerebbe essere messo in secondo piano, in quanto l’improvvisazione canora che viene praticata dai partecipanti non ha limitazioni rispetto al risultato estetico da ottenere, e neppure persegue un’estetica definita. Nella fase dell’improvvisazione si canta per il piacere dell’emissione vocale, come sfogo fisico che, però, non esclude necessariamente modalità imitative, a canone, o l’utilizzo di bordoni, brevi frammenti melodici o scale. In questa modalità meditativa, una ricerca di consonanze naturali non è specificatamente richiesta, in quanto viene preferita l’espressione spontanea, ma in altre occasioni in cui è stato utilizzata l’improvvisazione (ad esempio in sedute di musicoterapia didattica o negli incontri del New Neandertahl Consort), si è notato che spesso i cantanti duettavano o si accordavano istintivamente tra loro su semplici intervalli o accordi basilari. Ovviamente, l’abilità tecnica personale o la dimestichezza con la musica cantata, corale o l’improvvisazione da parte di alcuni o tutti i partecipanti, può far assumere a quella data improvvisazione una forma maggiormente definita e, talvolta, anche connotata culturalmente. 

Personalmente non disdegno, e non escludo, si possa pensare di adottare – in special modo durante incontri più lunghi dedicati alla meditazione/contemplazione, durante fine settimana o settimane intere che in futuro si potranno eventualmente organizzare – l’utilizzo di strumenti elettronici o tradizionali per intonare il canto, oppure forme di canto tradizionali, come il canto degli armonici o il canto gregoriano, ovviamente nel caso in cui un certo numero di partecipanti abbia, di questi, minime conoscenze e capacità. Nel qual caso non è da escludere che la partecipazione da parte di chi non è in grado di intonarli possa essere di ascolto “attivo”. Mi rifaccio, per questo, al concetto espresso da papa Ratzinger nel suo “Rapporto sulla fede” del 2005 in cui lamenta che durante le messe cristiane cattoliche sia stata estromessa la grande musica in nome della “partecipazione attiva” dei credenti. «Ma questa partecipazione», si chiede Ratzinger, «non può significare anche il percepire coi sensi, con lo spirito? Non c’è proprio nulla di “attivo” nell’intuire, nel commuoversi?» Ho tratto questo testo dal bel libro di Ezio Aimasso dedicato al canto gregoriano “Canto gregoriano. Una scala verso il paradiso”, nel quale l’autore si interroga sulla necessità di portare nuovamente il gregoriano nelle chiese, affinché la stessa assemblea possa cibarsi “anche” della bellezza della musica e delle parole cantate, e non solo del “significato” che esse veicolano. Non sono un grande estimatore di papa Ratzinger, ma devo ammettere che in questo caso è riuscito a dare prova di grande sensibilità (benché i risultati, a tutt’oggi, siano ancora altamente disattesi, in quanto nelle messe l’appiattimento artistico la faccia ancora da padrone, nonostante l’autorevole punto di vista dell’ex papa e nonostante il Concilio Vaticano II, del 1962, che aveva sancito ben altri dettami).

Il fatto di partecipare ad una meditazione evidenzia e sottolinea intrinsecamente la necessità di una partecipazione in prima persona, altrimenti l’idea stessa di meditazione perderebbe di significato, ma il fatto dell’aver inserito in questo spazio temporale dedicato al silenzio e al canto anche una visione contemplativa, include che in alcune circostanze la contemplazione possa essere anche, se non sempre, di puro ascolto.


* Sento profondamente che se la gente non si sente spiritualmente trasportata ho fallito nel mio intento. (traduzione non letterale, tratta dal cartoncino dei concerti nella Initiation Room n. 2 di Tania Mouraud nell’aprile 1971 presso la Galleria LP 220 di Torino).

info@albertoezzu.net