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Recensioni al libro: INTRODUZIONE ALLA MUSICOTERAPIA


(da Suonare News, giugno 2006)


"In principio era la musica"
di
Alice Bertolini


In principio era la musica. Prende il via dalla Bibbia questo libro, il primo della collana curata dal Centro Benenzon di Torino, che racconta l'origine dei suoni e della percezione uditiva.   Poi il discorso si allarga fino a diventare un'ampia introduzione, insieme storica e teorica, al multiforme universo della musicoterapia. Alberto Ezzu e Roberto Messaglia ripercorrono l'evoluzione della disciplina attraverso diverse epoche e aree geografiche: dalla Grecia antica al taoismo, dai riti sciamanici alla new age. Poi descrivono i fondamenti teorici e scientifici, spiegando come orientarsi tra le diverse tecniche. L'ultima sezione è dedicata alle applicazioni pratiche, con tutti i segreti per "curare" con la musica.



(da Il Giornale della Musica, ottobre 2006)

"Balsami sonori
Un libro di Alberto Ezzu e Roberto Messaglia sull’esperienza musicoterapeutica
"
di
Monica Luccisani

L’ambito sonoro è un ambito di relazione, dal ventre materno alla cultura sociale o privata»

Fra le oltre cinquanta scuole di musicoterapia in Italia, quella di Torino è una delle più importanti, conducendo parallelamente ricerca, formazione e applicazione: è il Centro di Musicoterapia di Rolando Benenzon, massima autorità mondiale, fondatore e supervisore delle associazioni di musicoterapia in molti paesi dell’America Latina e dell’Europa. Legati al Centro Benenzon sono gli autori di Introduzione alla Musicoterapia (edizione Musica Practica): Alberto Ezzu (musicista e musicoterapeuta, socio fondatore del centro, responsabile della formazione e del tirocinio) e Roberto Messaglia (psichiatra, psicoterapeuta e musicoterapeuta, reponsabile della ricerca).
Professor Ezzu, come è strutturato e a chi è rivolto questo libro?
«È il primo volume di una collana e si compone di cinque sezioni: storia, fondamenti, modelli, dalla musicoterapia recettiva a quella attiva, applicazioni cliniche e un glossario, oltre a un’importante sezione bibliografica.Un testo di cui c’era bisogno. La letteratura in questo campo è vastissima, ma nella maggioranza dei casi è dedicata ad argomenti o settori specifici di applicazione clinica o di metodologia. Questo manuale intende offrire un’introduzione storica, filosofica e scientifica alla materia nei suoi aspetti generali. Pensato come manuale didattico, è rivolto a un ampio spettro di lettori: dal musicista al medico a chiunque sia interessato ad approfondire l’argomento muovendosi consapevolmente, ordinando o riordinando idee e soprattutto cancellando pregiudizi».
Che cos’è “musicoterapia”? L’effetto di suono e vibrazione sull’organismo malato oppure l’intervento psicosomatico del dato emozionale della musica?
«Sono definizioni piuttosto vere entrambe, ma vanno completate. Occorre superare l’idea che psiche e corpo siano separati. L’influenza reciproca è sperimentata nella vita quotidiana, e sul dato empirico bisogna costruire una metodologia di intervento che abbia validità scientifica. Alla necessità di impiantare la musicoterapia sul rapporto tra fisicità e mente si aggiunge il bisogno di instaurare una relazione paziente-terapeuta, basata sull’elemento che rende dinamica questa relazione: la musica, fatta di suono, ritmo, movimento. La vita ci insegna che la musica è tra i primi ambiti di relazione umana: dal suono liquido nel ventre materno al proprio battito cardiaco, dalle melodie pentatoniche delle ninnananne di tutto il mondo ai fenomeni sonori nel nostro habitat, fino alla nascita di una cultura musicale, sociale o privata, consapevole».
Verso quali patologie ein quali contesti si applica la musicoterapia?
«Il primo fronte è stato l’autismo, nella maggioranza dei casi a contatto con i bambini. Poi si è passati all’alzheimer, varie forme di handicap, malattie neurologiche e di interesse psichiatrico e infine il coma.Eccetto quest’ultimo caso, l’assunto di base è la consapevolezza della relazione paziente-musicoterapista. La nostra identità sonora riguarda una sfera universale di fenomeni, poi una dimensione gestaltica e infine culturale, individuale o sociale. Nel coma la coscienza della relazione è commisurata alle reazioni epidermiche ed è importante svolgere un’indagine ricognitiva sull’identità sonora del soggetto. Il contesto ideale è un luogo protetto, lontano da contaminazioni esterne. Nella realtà però si lavora in qualsiasi situazione, cercando di creare un contesto non verbale, dove anche la parola ha come principale valenza l’aspetto fonetico».
Qual’è il rapporto del musicista con la disciplina dellamusicoterapia?
«La mia esperienza personale, essendo musicista, è quella di conferire alla musica meno autoreferenzialità possibile, rendendomi conto di quanto invece rappresenti un potenziale di relazione attiva e di beneficio comunitario. Un punto di vista che nella tradizione musicale indiana aveva già principi solidi e che certo non nega il valore estetico dell’attività di un musicista ma vi affianca quello terapeutico, se non addirittura quello più decisamente etico».




(dal Sito della Provincia di Torino, pagina dell'editoria locale a cura di Emma Dovano. http://www.provincia.torino.it/editoria_locale/index.htm , 16 ottobre 2006)

La nostra identità sonora
Primo libro della collana del Centro di Musicoterapia Benenzon Italia a cura della casa editrice Musica Practica, scritto da Alberto Ezzu, musicista e da Roberto Messaglia medico psichiatra, entrambi musicoterapisti. La prima parte è sulla storia della musicoterapica dalla mitologia al cinema, dal medioevo a oggi, poi i fondamenti della ricerca, il suono, dalla percezione alla elaborazione, i modelli psicodinamici di Freud e Jung. Nella terza parte e nella quarta i vari modelli di musicoterapia e le applicazioni nella clinica.
Nel modello Benenzon si lavora sul principio dell'ISO, l'Identità Sonora che ci identifica e ci caratterizza, che riassume in sé quello che ci è stato trasmesso e quello che abbiamo acquisito con esperienze di vita sociale e culturale, comprese le ninne-nanne cullate e canticchiate, il suono dell'acqua e del vento, il ritmo del camminare sentito quando eravamo portati in braccio. Da qui, dalla nostra identità sonora, una comunicazione tra individui e una relazione che può permettere un cambiamento o almeno ci può provare.
Lo strumento musicale in questa terapia è oggetto intermediario : “incorporato, di sperimentazione, catartico, difensivo” in grado di diventare un'estensione, un ampliamento dei due legati dalla relazione. Un filo, un legame che va oltre la parola, “l'infinito mondo del non-verbale”.
Un testo molto utile anche per i non addetti, uno strumento di prima conoscenza e anche manuale di consultazione.
Imponente la bibliografia: più di duecentocinquanta testi consultati –e consigliati per approfondimenti. Più 33 siti internet. A fine libro, un glossario importante da Alchimia a Zona intermedia di Winnicott, la zona del gioco infantile “…una zona neutrale di esperienze che non verrà messa in discussione”, forse la linea di partenza della relazione bambino-mondo.
Libro molto molto interessante. (ed)



(da http://musicaclassica.biblio-net.com/artman/publish/news1199.shtml , 26 aprile 2006)

"Un’ introduzione alla Musicoterapia"
di
Sandra Masci


Il volume si presenta come un manuale che in maniera accurata e approfondita attraversa le varie regioni attinenti la disciplina musicoterapica. La parte storica che spazia dal libro della genesi, ai Veda, fino allo Sciamanismo, con sensibili riferimenti all’uso del musicale nel cinema, oltre ad essere esaustiva ed attenta nella sua trattazione, risulta gradevole per la capacità degli autori di offrire al lettore continui rimandi e citazioni che rendono dinamica tutta l’area storica, arricchita tra l’altro da una significativa bibliografia.
La seconda parte dedicata ai Fondamenti della Musicoterapia, dopo aver rivisitato in veste attuale le varie questioni relative alla disciplina – il binomio scienza/arte, la formazione, la supervisione e la ricerca – analizza l’aspetto acustico del suono, mettendo in relazione gli aspetti della percezione e dell’elaborazione e presentando il modello psicodinamico.
Se nella prima parte del volume sono presentati due grandi indirizzi relativi ai numerosi modelli musicoterapici - uno orientato alle proprietà acustiche del suono e ai suoi effetti sulla materia, l’altro che utilizza musica pre-confezionata attribuendole significati psicologici ben precisi - nella terza parte vengono esposti i cinque modelli riconosciuti nel IX Congresso di Musicoterapia di Washington (1999), due dei quali fanno riferimento al metodo recettivo e tre a quello attivo. Completa il testo l’esposizione di altri modelli che integrano diverse tecniche applicative e che promuovono la musicoterapia nel più ampio ambito delle artiterapie.
L’ultima parte del testo, dedicata alle applicazioni cliniche della musicoterapia, esplora tra gli altri, anche campi nei quali le esperienze maturate nel nostro Paese sono meno numerose e il cui sviluppo è relativamente più recente.
Conclude il volume un utile glossario dal quale il lettore potrà partire per ulteriori approfondimenti, unitamente ad un elenco di risorse web.
Il testo, uno dei più completi nel suo genere, è fruibile non solo dai professionisti del settore ma anche da tutti coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento, proprio per la scorrevolezza della scrittura e la capacità di sintesi degli autori.



(da La Stampa, 13 maggio 2006)

"Ecco il bello della musica terapeutica"
di
Irene Galbiati


Ciascuno di noi ha un corredo sonoro - una nenia, una melodia, il ticchettio della pioggia che evoca sensazioni e ricordi. Il suono ha anche il potere di esercitare pulsioni sul corpo rilassando i muscoli oppure sollecitandoli fino alla frenesia (la taranta) o ad un rapporto fisico intenso come quello di un suonatore con il suo strumento (ricordate Jimi Hendrix?) fino ad arrivare ad una dimensione metafisica (presente in molte culture orientali, africane, aborigene). Sulle premesse delle «capacità» del suono è stata sviluppata da varie scuole di pensiero la musicoterapia che ha origini primitive e utilizza il suono come «cura» attraverso l'ascolto passivo con la produzione di suoni. Qui i pazienti vengono messi nella condizione di suonare semplici strumenti musicali a corda o a percussione talvolta soltanto battere le mani. Importante non è l'abilità ma il metodo che serve per individuare le «identità sonore» dell'individuo: la «musica» che ciascuno di noi si porta dentro come un codice genetico ma anche come esperienza che comincia dall'età fetale. La musicoterapia riesce in qualche modo a riorganizzare le emozioni a ricostruire ciò che si è vissuto e che non si ricorda più: il suono riporta a galla frammenti biografici che possono suscitare reazioni utili alla comprensione delle problematiche. Il campo di applicazione è vastissimo: con persone che hanno disturbi autistici e che vivono un proprio mondo evitando la comunicazione verbale. E ancora la musicoterapia può alleviare disturbi del comportamento e le psicosi. Oppure agevolare malati di Alzheimer ma serve pure come coaudiuvante nella terapia del dolore o contro il disagio psicologico derivante da abusi o ingiustizie sociali. Addirittura aiutare persone in coma. Ma può anche esser utile anche per chi sta benissimo per esempio per stabilire un buon rapporto fra madre e figlio durante la gestazione: qui c'è già un contatto diretto e il ritmo è dato dal battito cardiaco della madre. la sua voce i suoni che il feto percepisce. Ma se si prepara un corredo di suoni prima della nascita si può facilitare la relazione con il mondo fini dai primi momenti di vita. Per saperne di più: oggi alle 16,30 in via Condove 22 si presenta il libro di Alberto Ezzu e Roberto Messaglia «Introduzione alla musicoterapia» in vista del convegno «Musica tra neuroscienze, arte e terapia», organizzato ad Alba dal 30 maggio dal centro Benenzon dall'Asl 18 (neurologia e neuropsichiatria infantile). Per informazioni telefonare al numero: 0115682285.





Recensioni al libro: MUSICA TRA NEUROSCIENZE, ARTE E TERAPIA

 (da http://musicaclassica.biblio-net.com/artman/publish/news1701.shtml • 17 luglio 2007)

"Musicoterapia come incontro"
di
Sandra Masci

Il corposo secondo volume della Collana di Musicoterapia curata dal Centro Benenzon di Torino, raccoglie i numerosi contributi dell’omonimo Convegno Internazionale tenutosi ad Alba (Cuneo) nel 2006, convegno in cui l’esperienza musicale viaggia tripartita tra arte, terapia e neuroscienze. Proprio per questo gli apporti dati al volume sono multipli e stimolanti, frutto di uno scambio proficuo ed aperto.
 La presentazione iniziale del modello del Professor Benenzon ribadisce il senso e il significato di quarant’anni di pratica clinica nell’evoluzione dei suoi contenuti. Allo stesso tempo rinnova l’interesse ad una dimensione umana che necessariamente passa per il non-verbale e richiama esperienze relative alla comunicazione analogica, riportando sempre l’attenzione all’intrasetting, spazio in cui si attua il fenomeno non-verbale, e alla non frammentazione dei dati osservati rispetto alla globalità ed unitarietà dell’esperienza musicoterapica.
 Per gli addetti ai lavori, alcuni articoli risultano particolarmente interessanti: il lavoro del Prof Benenzon sul dolore cronico, nel quale partendo da una esplorazione del meccanismo del dolore, vengono affrontate le dinamiche comunicative, ponendo al centro la condivisione del dolore attraverso la narrazione del non verbale che di esso ne fa il paziente e l’uso dello strumento come prolungamento del corpo; il contributo di M.E. Garcia che sviluppa il concetto di presenza terapeutica, data dalla capacità d’integrazione tra l’entrare in ascolto e l’essere in azione del terapeuta, nella crescente consapevolezza di una reciproca modificazione; l’esperienza di canto armonico e musicoterapia condotta in un penitenziario siciliano (R. Schiavo) e l’incontro tra la musicoterapia e il massaggio infantile (S. Moglia, C. Manfredi). Interessanti anche esperienze di percorsi formativi e gli esempi di organizzazione di centri e istituzioni nei quali è attivo il servizio di musicoterapia, non solo in Italia.
 I contributi della parte finale del volume, dedicata alle neuroscienze, tutti rappresentativi di un interesse al confronto interdisciplinare, fanno intravedere nuove prospettive nell’integrazione tra scienza medica e artiterapie.
 



(da Giornale della Musica, novembre 2007)

"Il metodo musicoterapico di Rolando Benenzon - Se l’arte musicale cura"
di
Amalia Lavinia Rizzo

 Da diversi anni, il Centro Musicoterapia Benenzon di Torino (www.centrobenenzon.it) lavora "sul campo" al fine di testare in diversi ambiti l'efficacia del metodo elaborato dal prof. Benenzon. Nel 1999, in occasione del IX Congresso mondiale di Musicoterapia, tale metodo è stato accreditato dalla World Federation of Music Theraphy tra i cinque modelli di musicoterapia più diffusi nel mondo. Nel 2006,in un'ottica di collaborazione e confronto non solo tra esperti di musicoterapia, ma tra i vari operatori che si occupano della "salute comunitaria", il Centro ha organizzato con il sostegno della Soc (Struttura Organizzativa Complessa) di Neurologia e la Soc di Neuropsichiatria Infantile dell'Asl 18 di Alba e del loro direttore Giovanni Asteggiano, il II Convegno Internazionale di Musicoterapia "Musica tra Neuroscienze, Arte e Terapia".
 Le relazioni del convegno sono la base del volume che ne replica il titolo e che fa parte della Collana di Musicoterapia curata dal Centro. L'interesse del convegno nei confronti dell'interscambio scientifico, teorico e pratico riguardo all'uso delle tecniche musicoterapiche nei diversi domini della salute, si traduce in un'estrema varietà di contributi apportati da professionisti ognuno dei quali, nell'ambito di competenze diversificate e non riferite solo e esclusivamente alla metodologia Benenzon, contribuisce al dibattito generale oggi attivo rispetto ai diversi fulcri della disciplina. Articolato in 5 sezioni, il volume si muove mediante contributi magistrali e descrizioni di casi clinici ai quali sono spesso allegati gli strumenti di lavoro nati nei diversi contesti operativi. Generalmente, ogni intervento è corredato di una ricca bibliografia e alcuni lavori si concludono con utili riferimenti discografici. La prima parte si apre con importanti contributi riferiti al modello di Benenzon del quale si propone una trattazione esaustiva sotto il profilo sia dell'elaborazione epistemologica sia delle sue applicazioni nei diversi contesti e secondo diverse posizioni professionali. Particolarmente interessante è la sintetica, ma densa e puntuale, presentazione del modello da parte dello stesso Benenzon che con l'atteggiamento di ricerca che lo contraddistingue, rivisita le proprie precedenti posizioni introducendo anche novità concettuali significative rispetto alla disciplina che, ad esempio, oggi ridefinisce “Musicopsicoterapia”. La seconda e la terza sezione riportano numerosi contributi rispettivamente sull'applicazione della musicoterapia nell'età evolutiva e nell'età adulta, mentre la quarta indaga il rapporto tra musicoterapia e arte mettendo in evidenza l'importanza dell'esperienza artistica nella costruzione sia della relazione terapeuta / paziente sia dell'intero processo musicoterapico. L'ultima parte del libro è dedicata al rapporto tra la comunicazione musicale e le neuroscienze e presenta l'analisi delle strutture nervose deputate alla percezione della musica e del loro rapporto con le altre strutture e funzioni corporee.
 


(da Suonare News, dicembre 2007)

"Quando le note salvano la vita"
di 
Alice Bartolini

 Chi vuole essere aggiornato sugli ultimi sviluppi della musicoterapia non si lasci sfuggire gli atti del convegno di Alba 2006 pubblicati a cura del centro Benenzon. La raccolta degli interventi resituisce la vivacità di quella tavola rotonda che coinvolse medici, psicologi, infermieri, educatori, psicomotristi, musicisti, logopedisti a molte altre figure professionali del settore. Lo scambio di idee prende il via dalla presentazione del modello teorico di Rolando Benenzon e delle sue diverse applicazioni. Poi si spazia in mille ambiti: dall'integrazione dei disabili a scuola, ai laboratori nelle carceri, dalla scoperta della voce alla cura delle cefalee. Tante proposte, un solo obiettivo: migliorare la qualità della vita attraverso la musica.



 (da Musica Domani, n. 149, dicembre 2008)

"Neuroscienze, arte e terapia"
di
Claudio Bonanomi


 La pubblicazione è costituita dalle relazioni e dalle comunicazioni presentate nel corso del 2° Congresso internazionale "Musica tra neuroscienze, arte e terapia" che si è tenuto nel 2006 ad Alba. Il titolo del volume, riprendendo il tema del convegno, suscita molte aspettative nel lettore riguardo alla trattazione di un argomento particolarmente attuale a cui la musicoterapia è particolarmente interessata.
 Occorre considerare che sovente gli atti dei convegni si rivelano poco adatti a rendere il pathos presente nel corso dell'evento, componente fondamentale in tali situazioni e inoltre la presentazione di molteplici interventi rende difficoltoso il necessario "equilibrio redazionale", dando a volte un'impressione di frammentarietà e di scarso collegamento al tema generale. Anche il volume in oggetto non riesce a evitare tali pericoli, anche se la suddivisione in diverse sezioni aiuta nel ricondurre il tutto a una unitarietà.
 Il volume si apre con la prefazione di Rolando Benenzon (musicoterapeuta e professore onorario della facoltà di Medicina, Università del Salvador di Buenos Aires) e con la presentazione di Giovanni Asteggiano e di Gabriela Wagner (rispettivamente docente di Riabilitazione neurologica al dipartimento di Neuroscienze, Università di Torino, e presidente della World Federation of Music Therapy). Successivamente troviamo gli scritti articolati in cinque sezioni. Le diverse parti contengono contributi che a volte differiscono molto tra loro. Ad esempio troviamo delle interessanti descrizioni di progetti territoriali con l'utilizzo della musicoterapia che purtroppo però non hanno collegamento con la tematica posta dal Congresso. Per questo motivo cercheremo di indicare quegli scritti che ci paiono particolarmente interessanti e cogenti riguardo al tema a cui il convegno fa riferimento.
 La prima sezione, "Musicoterapia", apre con uno scritto di Rolando Benenzon (Presentazione del Modello Benenzon) in cui l'autore opera una riformulazione del concetto di "Iso", concetto fondamentale nel modello che porta il suo nome. L'"Iso" è l'identità sonoromusicale presente in ciascun individuo che Benenzon collocava nella dimensione psichica. Nel suo scritto l'autore opera invece un viraggio verso la sensorialità, recuperando il valore del «nonverbale" concependolo come un concetto multisensoriale, ovvero riconoscendo al corpo la funzione di mediatore fondamentale della comunicazione senza parole. II ragionamento attorno al Modello Benenzon trova prosecuzione nel contributo a firma di Gabriela Wagner (Il modello Benenzon di musicoterapia dal punto di vista neuropsicologico). Il lavoro è ricco e articolato; dopo una breve descrizione del Modello Benenzon di Musicoterapia (MBMT), attraverso la presentazione di casi cimici, viene mostrato come il MBMT si coniughi con le neuroscienze e con il sapere scientifico per quanto riguarda la conoscenza dei processi sonoromusicali e nonverbali in un contesto che fondamentalmente non prevede l'uso di parole.
 La seconda sezione, "Musicoterapia nell'età evolutiva", presenta contributi che si riferiscono a differenti ambiti di intervento. Sono di particolare interesse perché nella gran parte documentano esperienze di musicoterapia: l'intervento musicale con bambini audiolesi; l'attività di musicoterapia con bambini nella scuola; il suono nel massaggio infantile; l'intervento di musicoterapia in una struttura di neuropsichiatria e all'interno di una terapia intensiva neonatale. Di questa sezione segnaliamo l'intervento La condivisione degli stati della mente: una possibile lettura dell'interazione musicoterapica nella grave disabilità curato dai musicoterapisti del Servizio di Musicoterapia del Centro di Riabilitazione "Giovanni Ferrero" e della Fondazione "Giovanni e Ottavia Ferrero" Onlus. Le argomentazioni, supportate anche dalla discussione di alcuni casi, rileggono tali esperienze alla luce delle teorie di Daniel Siegel, inserendo la riflessione sulla operatività musicoterapeutica all'interno delle più recenti acquisizioni in ambito neuropsicologico e più in generale nel contesto proprio delle neuroscienze, dove dimensione relazionale e biologica vanno reciprocamente a interconnettersi.
 Gli interventi presentati nella terza sezione, "Musicoterapia nell'età adulta", affrontano per la quasi totalità il tema della terapia applicata alle persone affette da demenza, in particolare con Alzheimer. Lo specifico interesse espresso da questa sezione è dovuto al fatto che gli interventi presentati descrivono esperienze realizzate, a volte di carattere sperimentale, da cui vengono desunti elementi particolarmente significativi per quanto riguarda la relazione tra musicoterapia e neuroscienze.
 La quarta sezione, "Arte", si colloca un poco a lato riguardo al tema di riferimento, seppur presentando interessantissimi interventi riguardanti principalmente la voce e il canto.
 È nella quinta sezione, "Neuroscienze", che il tema del testo trova un particolare sviluppo. Gli interventi raccolti in questa sezione, proposti da studiosi e ricercatori di chiara fama nazionale e internazionale, analizzano le strutture nervose che sottendono la percezione di suoni musicalmente organizzati e i loro rapporti con i sistemi motori, vegetativi e della emotività.
 A conclusione citiamo una frase tratta dall'intervento di Giuliano Avanzini che ci pare rappresenti in maniera sintetica sia il volume, sia il convegno cui la pubblicazione si riferisce: «Del resto l'incontro tra neurologi interessati ai rapporti tra musica e cervello e musicoterapisti ha confermato l'esistenza delle differenze concettuali e di linguaggio, ma anche il grande interesse della discussione interdisciplinare» (p. 264).

Recensioni al disco:  "CONSONANZE ARMONICHE,
OSTINATI RITMICI E VERI BORDONI IMMOBILI"

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(da Il giornale della Musica, Aprile 2007)


"LE VOCI DI EZZU -
Alberto Ezzu Lux Vocal and Instrumental Ensemble
  / Consonanze Armoniche, Ostinati Ritmici e Veri Bordoni Immobili, CPI-CMBI001 (1cd)
di

Daniele Martino

Alberto Ezzu è un musicista che pensa la musica dal punto di vista dello spirito: a lungo praticante del buddhismo zen, Ezzu da anni ha messo la sua esperienza di compositore al servizio della sua nuova pratica, la musicoterapia. All’interno del Centro Musicoterapia Benenzon Italia, Ezzu da anni si dedica all’insegnamento del canto difonico di tradizione sciamanica asiatica. Ora, in questo suo primo disco, questo cantare, simultaneamente e in un solo respiro, due o più suoni legati tra loro da precisi rapporti intervallari diventa un concept album, suonato con Raffaele Schiavo, cantante e musicoterapista siracusano cantante dell’Ensemble Harmoniosi Concenti; Alberto Guccione, cantante e musicista, autore del libro-cd Canto Armonico (Red Edizioni); Marco Garri, cantante ed insegnante, allievo di David Hykes, maestro di Ezzu. Gli strumenti sono l’armonium indiano (quello che usava Allen Ginsberg per i suoi mitici reading mantrici!), la synphonia (strumento a corde sfregate, antenato della ghironda), la viola da gamba, il liuto rinascimentale e il pakhawaj, percussione indiana legata principalmente all’antico canto dhrupad indiano. Le prime cento copie del cd sono state numerate e firmate dall’autore ed inserite in un “cappottino” in stoffa appositamente realizzato a mano dalla quilt maker Raffaella Gottardelli. Sia questa versione sia quella “normale”, sono acquistabili presso il Centro Musicoterapia Benenzon Italia, www.centrobenenzon.it; per il resto, non resta che abbandonare ogni pensiero, e dedicarsi al più profondo degli ascolti, quello degli altri e di noi stessi, in una trance pacificante.



(da BEAT MAGAZINE, marzo 2007)

ARTISTA: ALBERTO EZZU LUX VOCAL AND INSTRUMENTAL ENSEMBLE
TITOLO ALBUM: Consonanze armoniche, ostinati ritmici e veri bordoni immobili
di
Alberto Motta

La synphonia (strumento antenato della ghironda), la viola da gamba, il canto difonico. Un'ensemble di 10 persone improvvisano 4 movimenti musicali. È l'8 luglio 2006. Il risultato di quell'incontro, tenutosi nella grotta di San Giovanni a Celle di Caprie (Torino) è proprio"Consonanze armoniche…". Una sorta di studio, terapia, mantra, concerto basato sulla monodia e sul canto degli armonici; stili precedenti alla musica sinfonica e proprio per questo più vicini all'istinto, all'irrazionale capacità di ricezione dell'uomo. L'esperienza di Alberto Ezzu è un'immersione in un'onda armonica tra mistico ed esoterico, capace di ricordarci le nostre origini terrene ed universali allo stesso tempo. TRACKS TO DOWNLOAD 4/4 Monodia difonica orientaleggiante per meditazione Dell'estasi nell'Ammirare Sirio tra le altre Stelle Della respirazione nell'occaso della mente Delle Affinità Atomico-Relazionali





Recensioni al libro: "IL CANTO DEGLI ARMONICI"

 
(dal sito internet AMADEUSONLINE, sez. Musicaterapia, 18 maggio 2009)
di
Silvia Turrin

Dopo Il canto del leone verde, segnaliamo un testo di recente pubblicazione, curato dal musicoterapeuta Alberto Ezzu, in cui vengono spiegati gli elementi e le caratteristiche del canto difonico, scoperto dall’Occidente grazie alla conoscenza di quei popoli asiatici che da secoli lo impiegano per trascendere la realtà

“La voce viene ad essere una risposta interna e personalizzata a qualcosa di esterno e spersonalizzato. Di fronte a un panorama senza volto né identità, la voce di ciascuno grida il proprio nome così come può, per dichiarare di essere al mondo…”. Così afferma Marco Buccolo − musicista, compositore, direttore d’orchestra e di coro − nell’incipit al capitolo dedicato alla voce, incluso nel bel libro Il Canto degli Armonici. Storia e tecniche del canto difonico, edito da Musica Practica. Molti sono ancora coloro che sottovalutano le potenzialità della voce e gli effetti benefici che essa produce a livello fisico-energetico. Molti sono ancora coloro che non credono come la cadenza e l’altezza del timbro vocale possano riflettere una particolare condizione emotiva e, più in generale, permettano di capire lo stato di armonia di una persona. È importante non sottovalutare la voce, poiché proprio attraverso essa, se impiegata in un certo modo, è possibile modificare e migliorare una condizione psico-fisica non eccellente. Uno dei metodi più antichi, nonché efficaci, utilizzati da varie popolazioni tra loro culturalmente differenti e distanti, è il canto armonico, a cui è dedicato il volume qui segnalato, scritto oltre che da Buccolo, da Massimo Amelio, Alberto Guccione, Raffaele Schiavo, Alice Visintin e Alberto Ezzu (che avevamo intervistato tempo fa, sempre per questa rubrica. Si veda l’articolo “Alberto Ezzu. La sensibilità verso gli altri”).
Gli autori, di varia estrazione, sono riusciti a sintetizzare in modo esaustivo gli elementi che caratterizzano il canto difonico, ricordando tra l’altro le varie tecniche nelle quali si dirama. Interessante è infatti l’excursus culturale-geografico su quei popoli (principalmente gli abitanti della Mongolia, della Siberia e del Tibet) che da secoli portano avanti questa particolare tradizione vocale. Nel capitolo espressamente dedicato al canto degli armonici vengono inoltre citati quegli artisti legati all’ambiente musicale occidentale − quali Terry Riley, La Monte Young e l’istrionico Karlheinz Stochhausen − che sono rimasti affascinati dai suoni prodotti dal canto difonico.
Per chi non ne ha mai sentito una registrazione o una performance dal vivo è difficile comprendere l’incanto di questa modalità musicale. Come si mette ben evidenza nell’introduzione del libro: “Ogni suono che il nostro orecchio percepisce come singolo, in realtà è una sovrapposizione di più toni, chiamati ipertoni o parziali, i quali risuonano simultaneamente al suono generatore, ma con differenti frequenze ed intensità. Riuscire ad allenare l’orecchio a riconoscere ed ascoltare ognuno di questi singoli suoni è un esercizio straordinario, una vera magia sonora, a cavallo tra puro piacere fisico e la profondità di un’esperienza spirituale”. Per capire e ascoltare questi suoni, vivendo quasi una catarsi a livello sensoriale, ci si può inizialmente affidare al cd audio allegato al libro, dove sono inclusi tappeti sonori, con armonium e tanpura indiani (strumenti che vengono spiegati in un paragrafo ad hoc), oltre che esempi di tecniche di canto difonico interpretate dagli stessi autori.
Il volume, agevole nella lettura, ha inoltre il pregio di spiegare quelle nozioni spesso trascurate o date per scontato, come la struttura fisiologica da cui si genera la voce, e l’importanza sia della respirazione sia della capacità di ascolto. L’elemento centrale rimane il respiro, unica funzione organica che abbiamo il potere di controllare. Coinvolge tra l’altro la trachea, i polmoni, il diaframma, le costole, la muscolatura addominale. Saper guidare in modo naturale le fasi d’inspirazione e di espirazione aiuta la voce a espandersi e a fuoriuscire con un’intensità molto più profonda che in assenza di questa consapevolezza respiratoria. L’ultima parte del libro illustra le modalità di lavoro portate avanti dagli autori come specialisti nel canto difonico. Illuminante è “La voce dell’Hara e il canto degli armonici”, capitolo in cui Alberto Guccione (ricercatore nell’ambito della terapia sonora e pranoterapeuta) espone alcune tecniche efficaci per giocare con la voce e per conoscerne tutte le potenzialità. In appendice, sono stati inseriti suggerimenti legati non solo a pellicole e a siti web, ma anche riferimenti bibliografici e discografici utili per approfondire questa antica pratica vocale che l’Occidente sta progressivamente scoprendo.

Alberto Ezzu (a cura di)
Il canto degli armonici.
Storia e tecniche del canto difonico
(con cd audio)
Musica Practica, Torino, 2009, €. 20,00



(dal sito internet   Sound36   http://www.sound36.com/readart.asp?articolo=616, inserito il 03 gennaio 2010)

POP CORN  il canto degli armonici - Libri da sentire, film da ascoltare
di Tiziana Cantarelli


Storia e tecniche del canto difonico  
Venuti alla ribalta perché utilizzati in musicoterapia e nelle tecniche di meditazione, i canti armonici (overtone singing) hanno una valenza artistica propria e così come possiamo ascoltare un concerto di musica classica o di musica rock altresì possiamo ascoltare una serie di canti diplofonici.
"Il canto degli armonici, storia e tecniche del canto difonico" è un viaggio alla scoperta di una tecnica molto antica e lontana dalla concezione di musica in Occidente. Edito da Musica Practica e realizzato con la collaborazione di numerosi musicisti e musicoterapeuti questo volume consente di avvicinarsi in modo semplice e chiaro a tale tecnica. Alla base il principio per cui il suono non è un elemento singolo ma complesso, formato cioè da una componente fondamentale e da una serie di suoni più acuti e di minore intensità chiamati armonici o ipertoni che vibrano simultaneamente.
 Il canto difonico, per noi, risulta di difficile comprensione e riproduzione vista l'assenza di organizzazione e razionalizzazione nella loro struttura ma proprio per tali ragioni risulta indubbiamente più misterioso e affascinante e va a toccare le corde più profonde del nostro essere mettendo in comunicazione il mondo fisico con quello spirituale. 
Diffuso maggiormente in Mongolia, Siberia e Tibet, il canto armonico, o meglio il canto difonico, è giunto in Occidente agli inizi del secolo scorso. Considerato come un fenomeno di scarso valore, legato più al folclore di popoli lontani che non all'arte, diviene motivo di studio a partire dal 1910 quando Ochirov, studioso dell'Accademia delle Scienze dell'URSS, registrò i canti della zona buriata della Siberia. Nel 1968, Stockhausen è stato uno dei primi autori colti a utilizzarlo nella sua composizione Stimmung.
 Il testo si compone di due parti; nella prima, Alice Visintin, Massimo Amelio e Marco Buccolo gettano le basi del canto partendo dalla fisiologia del respiro alla descrizione del suono come fenomeno fisico, per poi addentrarsi grazie ad Alberto Ezzu, curatore del testo oltre che autore, nel canto difonico con una breve descrizione storica soprattutto di come l'Occidente è arrivato a conoscenza di questa tecnica di canto. 
Nella seconda parte, Ezzu con Raffaele Schiavo e Alberto Guccione descrivono come si svolgono i seminari per imparare la tecnica di canto ognuno con le proprie caratterizzazioni e il proprio punto di vista.
 Il libro si compone anche di un'approfondita bibliografia che permetterà a chiunque di approfondire i vari argomenti accennati nel testo stesso. 
Inoltre, al libro è allegato un cd audio sul quale sono stati incisi dei tappeti sonori continui, con armonium e tanpura indiani sui quali il lettore avrà la possibilità di intonarsi per aiutarsi a cantare gli armonici. 
Il mondo degli armonici ha un "prima" e un "dopo", nel senso che quando avete aperto le orecchie sul "cosa" si deve ascoltare, ogni musica, ogni suono, ogni voce, non sono più le stesse.



Il Canto degli armonici
(con cd allegato)

A cura di Alberto Ezzu
Musica Practica Editore

Pp. 113,
20 Euro


Articoli su: ALBERTO EZZU

(dal sito internet AMADEUSONLINE, sez. Musicaterapia, inserita il 19 marzo 2009.)

"La voce per la ricerca interiore dell’Essere"
di
Silvia Turrin

Il canto difonico, detto più comunemente canto armonico, negli ultimi anni ha conosciuto un’incredibile diffusione e popolarità, essendo stato rivalutato da numerosi vocalist, musicisti, musicoterapeuti, oltre che da persone appassionate di canto. Una delle figure che ha favorito tale riscoperta è Jonathan Goldman, maestro di musica, scrittore e autore di numerosi libri, tra cui Il potere di guarigione dei suoni nel quale spiega l’impiego degli armonici in ambito clinico, sviluppando inoltre un excursus storico sui popoli che da sempre li utilizzano non solo come strumenti di guarigione, ma anche come mezzo che permette di andare oltre la pura dimensione materiale. Il canto tibetano dei monaci buddhisti e lo stile Hoomi, cioè il canto di gola tipico della regione Tuvica della Mongolia sono le espressioni più antiche e potenti degli armonici. Strumenti quali gong, cimbali, campane tibetane hanno la capacità di riprodurre tali suoni.
Goldman nel volume citato ha voluto riprendere un’affermazione di David Hykes, compositore, musicista e vocalist, tra i pionieri del canto armonico nel mondo Occidentale, attraverso ricerche in campo etnomusicologico e con la creazione, nel 1975, dell’Harmonic Choir. Hykes ha affermato che «Vi sono vari livelli di ascolto, ciascuno di essi conduce al successivo. Vista in questo modo unificato, la Musica Armonica, mettendo in relazione i campi vibrazionali interni ed esterni, è la sorgente di ogni significativo accadimento umano e musicale».
Un interessante percorso denominato “L’ascolto cantato: il canto corale degli armonici” è organizzato presso lo Spazio Micron di Torino ed è condotto da uno dei più sensibili e versatili musicisti e musicoterapeuti italiani, Alberto Ezzu (che ci aveva gentilmente concesso un’intervista qualche mese fa, pubblicata in questa rubrica). Per apprendere il canto armonico sono previsti due programmi. Il primo è una full immersion di due giorni in cui si possono carpire le modalità di riconoscimento e di emissione del canto difonico; il secondo, è strutturato in otto incontri a cadenza settimanale, durante i quali verrà spiegata la parte teorica e pratica degli armonici.
È prevista per il 31 marzo 2009, alle ore 20.45, una serata di presentazione a ingresso libero (è necessario confermare la presenza), durante la quale Alberto Ezzu − che tra l’altro collabora con l’associazione Arte, cura e trasformazione, progetti per la terapia ed è fondatore del Lux Vocal and Instrumental Ensemble − spiegherà i benefici che il canto difonico può apportare a livello psico-fisico.

Per info:
Spazio Micron
via Spalato 87 / D – Torino
tel: 011-5536891
http://www.spaziomicron.it/



(dal sito internet AMADEUSONLINE, sez. Musicaterapia, inserita il 03 novembre 2008.)

"Alberto Ezzu. La sensibilità verso gli altri - Intervista ad Alberto Ezzu "
di
Silvia Turrin


Nel vasto panorama della musica italiana per fortuna è ancora facile incontrare personaggi eclettici, versatili, che giocano a sperimentare con le note, mettendosi di tanto in tanto in discussione, per addentrarsi non solo in nuovi territori sonori, ma anche in vari campi di attività. Alberto Ezzu rientra proprio in questa categoria di artisti poliedrici, mai saturi di esperienza e curiosità. Il suo percorso di musicista inizia in quel di Torino, negli anni Settanta, portando avanti con varie formazioni la passione per la corrente minimalista, prima, e per la canzone d’autore e la new wave, poi. Influenzato dai lavori firmati Roxy Music, Joy Division, Stockhausen, Ligeti e Brian Eno, si addentra anche nel filone elettronico, che sviluppa in particolare come accompagnamento a reading del poeta Camillo Pennati. In seguito, si avvicina anche alla new age d’avanguardia. L’amore per l’arte a 360 gradi lo porta a lavorare anche nel mondo del teatro, curando tra l’altro le musiche di Le città fuori-Le città dentro, rappresentazione ispirata a Calvino.
Dopo essersi avvicinato al canto armonico e aver fondato Music Garden, società specializzata in composizioni per il teatro, per filmati industriali e per documentari, decide di andare oltre al suo ruolo di musicista, cercando di infondere sollievo a quelle persone che vivono nell’ombra. Si specializza così in musicoterapia. Una scelta che appare la naturale evoluzione di un uomo sensibile, che ha sempre prestato ascolto agli altri, come traspare da questa intervista.

«Nella musica, sin da ragazzo, non ho mai cercato il puro divertimento e lo svago fine a se stesso, ma ho sempre intuito che questa celasse profondità che andavano ben al di là di quanto era dato avvertire coi cinque sensi. Per un breve periodo, in cui mi dedicai con maggiore impegno alla meditazione legata al buddhismo zen, accantonai quasi totalmente la pratica musicale. Il silenzio dei lunghi momenti introspettivi passati a meditare e il canto dei Sutra − semplice salmodiare su una scarna scansione binaria −, per alcuni anni mi furono sufficienti. In seguito, mi diedero un nuovo stimolo per riavvicinarmi nuovamente al suono. Ciò coincise con la nascita del mio primo figlio. Fui così stimolato nella necessità di impegnarmi per mettere a frutto conoscenze e capacità che avevo sviluppato. Avvicinarmi alla musicoterapia, specialmente quella d’impronta relazionale del prof. Rolando Benenzon, dove l’essere umano viene prima della sua malattia, è stato perciò un processo che ho avvertito come assolutamente naturale e dovuto».

Si è diplomato con una tesi impegnativa, incentrata sul metodo sonoro-musicale applicato a pazienti in coma. Quali effetti benefici può produrre la musica in una condizione fisico-neurologica delicata e complessa quale è lo stato comatoso?
«Nessuno sa quale sia la vita psichica di un paziente in coma. Alcune teorie dicono la si possa paragonare allo stato onirico. Nel lavoro che ho seguito insieme allo psichiatra Giuseppe Scarso in uno dei reparti di rianimazione dell’ospedale Molinette di Torino si è cercato, con pazienti in coma acuto, di raggiungere alcuni obiettivi molto pratici, tra i quali la diminuzione delle dosi di farmaci, accelerare il processo di guarigione, accompagnare il paziente attraverso la propria crisi esistenziale rinforzando la pulsione di vita e supportare la famiglia. Ultimamente, lavoro da solo con pazienti privati e in strutture residenziali. L’obiettivo principale che mi pongo è riuscire a instaurare una relazione basata su codici non-verbali per cui il paziente possa essere curato, nell’accezione prima del termine, che è appunto quella di prendersi cura di qualcuno, avere delle attenzioni per qualcuno. Nelle sedute utilizzo principalmente la voce e il contatto corporeo, intercalati a molti momenti di silenzio. Il prof. Benenzon ha un’illuminante definizione, coniata appositamente per il coma: «La musicoterapia è l’arte di armonizzare i silenzi per permettere la comunicazione».

Qual è, sino ad ora, la sua più grande soddisfazione o il risultato più importante che abbia ottenuto in qualità di musicoterapeuta?
«Mi viene in mente una paziente, signora di quasi novant’anni, che da più di dieci, in seguito all’insorgenza dell’Alzheimer, non parlava più, se non poche parole urlate e imprecate; non riconosceva più parenti e amici. Poco alla volta, stava assumendo una posizione fetale e si distaccava sempre più dagli esseri umani, parenti, ma anche operatrici e altri ospiti della struttura in cui era ricoverata. Nelle sedute di musicoterapia questa signora, che in reparto era solita urlare o dormire, era attentissima, sorrideva, rideva e cantava con evidente piacere la sua canzone preferita, ovvero Piemontesina bella... Oltretutto, era particolarmente intonata. Ricordava con precisione tutte le parole e seguiva con naturalezza i miei cambi di ritmo e di tonalità, cosa che neppure da giovane era mai stata in grado di fare, non avendo avuto nessuna cultura e formazione musicale».

Ha lavorato anche con pazienti psichiatrici. Quali sono i principali “muri” che un musicoterapeuta deve abbattere interagendo con persone affette da disturbi/patologie mentali?
«Credo che l’importante sia non dimenticare mai che si sta lavorando con esseri umani. Seppur sofferenti di un male che talvolta isola e rende difficile la relazione, sono persone che hanno i nostri stessi sentimenti, piaceri, sofferenze, e che, se ascoltati, possono insegnarci moltissime cose».

Nel 2003, ha deciso di fondare il centro Musicoterapia Benenzon Italia. Perché ha scelto proprio di portare avanti il modello sviluppato dal professor Rolando Benenzon?
«L’idea di aprire il Centro è venuta allo stesso prof. Benenzon e a una delle sue più dirette collaboratrici italiane, Cinzia Manfredi. Insieme a loro e ad altri professionisti del nord Italia, tra cui lo psichiatra Roberto Messaglia, abbiamo dato vita al Centro, che ha una triplice funzione: formazione, ricerca e applicazione. Da notare che è sorta prima la struttura italiana di quella argentina di Buenos Aires, dove il professore è nato ed opera. Sul motivo che mi ha spinto a sposare la filosofia del prof. Benenzon, oltre a quanto già sottolineato, aggiungerei che buona parte dei pilastri che sorreggono l’impianto teorico del suddetto modello, si avvicinano in maniera sorprendente a quello che penso e che in passato ho studiato. Si è trattato, insomma, di una vera e propria affinità elettiva».

Conduce anche seminari sulla tecnica del canto difonico o armonico. Quali effetti positivi produce questa pratica vocale?
«Da molti anni pratico il canto degli armonici e devo dire che sia nei concerti, sia durante i seminari, le persone sentono il desiderio di farmi partecipe delle loro emozioni. In più di dieci anni, ho una casistica impressionante di individui che hanno riferito di essere rimasti molto colpiti, e quasi tutti positivamente, da ciò che l’ascolto o la pratica del canto difonico o degli armonici vocali ha loro trasmesso. Si può dire pertanto che ascoltare o cantare gli armonici, produca un effetto forte, talvolta vagamente regressivo e con effetti mentali assimilabili ad alcune pratiche spirituali. Devo però anche mettere in guardia chi, con troppa facilità, si lascia influenzare da chi promette, da questa attività canora, effetti terapeutici. La terapia è una pratica medica che segue certi criteri di scientificità, sia negli esposti teorici, sia nei risultati. Credo sia troppo presto per parlare del canto degli armonici come di una pratica terapeutica, a meno di non svilire il significato stesso di terapia e accomunare il tutto in un calderone indifferenziato in cui diventa terapia ascoltare musica come andare a cavallo, ridere come vestirsi di verde o di azzurro. Senza sminuire la validità di nessuna pratica che, in buona fede, cerchi di migliorare la qualità di vita degli esseri umani, mi sembra si debba però fare molta attenzione all’uso delle parole, che possono generare confusione, provocare illusioni e, conseguentemente, altra sofferenza. L’uso del termine ‘terapia’ credo debba essere molto ponderato. A questo proposito, ricordo che lo stesso Patch Adams – in una presentazione pubblica all’università di medicina – era molto scettico sull’uso, per la sua pratica clownesca negli ospedali, del termine clownterapia».

Prima ha parlato di meditazione legata al buddhismo zen. Quanto è importante il silenzio per un musicista e quanto lo è per una persona affetta da determinate patologie, come l’Alzheimer?
«Da alcuni anni non pratico più la meditazione in maniera diretta e attiva, ma cerco di vivere la quotidianità facendo tesoro degli insegnamenti che tale attività mi ha profusamente elargito. Per quanto riguarda il silenzio, penso si tratti soprattutto di una condizione mentale, in quanto fisicamente la mancanza totale di suono è uno stato quasi irrealizzabile e, se realizzato, penso al famoso aneddoto della camera anecoica di John Cage, non è possibile venga esperito da un essere umano. Come condizione mentale, credo che il silenzio sia il grado di percezione di uno stato di ‘non suono’ che può assumere, a seconda della propria cultura e della propria sensibilità ed esperienza, valenze positive e negative. Per un musicista, il silenzio dovrebbe essere una parte irrinunciabile, perché la musica stessa, sempre citando Benenzon, è «l’arte di combinare i silenzi per realizzare i suoni». Ma per persone con gravi disagi, il silenzio può essere una prigione, una metafora della mancanza di comunicazione. Naturalmente, non bisogna cadere nell’esagerazione opposta, come mi è capitato di osservare in alcune strutture RSA per anziani nelle quali, al fine di ridurre il senso di abbandono e solitudine trasmesso dal silenzio − ai pazienti, ma anche, e soprattutto, agli operatori − la radio e la televisione venivano tenute accese per periodi interminabili e a livelli di volume altissimi. Molti dei miei pazienti ricoverati in queste strutture, una volta accompagnati nella stanza di musicoterapia, si addormentavano, finalmente lontani dall’inferno caotico di quei suoni assordanti dai quali era impossibile sottrarsi».

Oggi come oggi, quale importanza riveste la musicoterapia negli ospedali e nelle scuole?
«Nelle scuole, penso che il compito più importante sia e debba essere educare. Specialmente negli asili, nelle elementari e nelle medie, il compito di chi sta a contatto coi nostri figli per ore ed ore deve essere soprattutto l’educazione, che è un concetto ben lontano da quello di fornire nozioni. Se l’educazione passa anche attraverso la figura di un musicoterapista, che agisce in un’ottica di prevenzione primaria, allora anche la musicoterapia può avere una sua collocazione all’interno delle mura scolastiche. Non penso però possa essere proposto un vero e proprio processo terapeutico, che dovrebbe essere fatto in sedi appropriate, in cliniche, ospedali o strutture come i centri di musicoterapia. Questo, naturalmente, anche per conferire ai luoghi la loro originaria funzione. Del resto, una sala di musicoterapia dovrebbe avere delle caratteristiche architettoniche particolari, che quasi mai si ritrovano in una scuola. Ma qui il discorso potrebbe dilatarsi, in quanto anche gli ospedali non sono quasi mai in grado di offrire sale adeguate alla musicoterapia. Sta pertanto alla capacità e alla sensibilità del musicoterapeuta trasformare, come un antico alchimista, una situazione disagiata in un’occasione di aiuto. Credo pertanto che la musicoterapia nelle scuole possa, come dicevo, essere attuata soprattutto come prevenzione primaria, per favorire l’integrazione sociale di soggetti che, per svariati motivi, come la disabilità fisica e psichica, possano trovare difficoltà a collocarsi all’interno della classe».



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